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Testi / Iran - In visita dal nemico
| di Hannes Schick |
| Il nord di Teheran, con i suoi grattacieli di vetro e acciaio, i centri commerciali, catene di fast food e designer boutique, porta a pensare che ci si trovi in una qualsiasi metropoli occidentale. Sui viali alberati e le tangenziali ad otto corsie scorre il traffico serale. Sono impiegati e pendolari che ritornano alle loro case nei sobborghi, mentre i teherani si avviano verso ristoranti e bar in cerca di divertimento. Gruppi di giovani flirtano nei parchi ben curati. Adolescenti sfrecciano sui loro skateboard lungo i marciapiedi mentre ragazze in jeans chiacchierano di fronte a una profumeria, i scialli colorati gettati sui capelli in modo ricercatamente spensierato. Fin qui tutto normale. Poi, lo sguardo cade sulle facce barbute dei principali Ayatollah che fanno da testimonial per la loro rivoluzione da giganteschi manifesti. Sorridono, accanto ai poster pubblicitari di marche di cellulari e soft drink, con l’indice alzato in modo minaccioso.
In contrasto con il nord, la parte meridionale della città è il baluardo dei conservatori. Qui si trovano i palazzi del potere, il parlamento, i ministeri e il bazar, centro tradizionale dell’economia. La maggior parte dei bazaari è sempre rimasta fedele al regime, ottenendo in cambio importanti monopoli e licenze per l’import-export. |
| Nelle strade di Teheran prevale l’usuale stress metropolitano: incroci bloccati, traffico caotico, marciapiedi affollati di persone che si muovono di fretta. Dove sono i temuti basiji, i guardiani del buon costume islamico che infierivano contro ognuno che osava violare le rigide norme d’abbigliamento e comportamentali? E dove sono i mullah? Di loro non c’è traccia nella frenetica quotidianità di Teheran. “Il regime è diventato invisibile”, spiega un’elegante signora, incontrata in un negozio di café. Guadagna i suoi soldi lavorando come agente immobiliare nei quartieri alti. “Non si fanno più vedere in pubblico come una volta e nessuno sa dove sono. Al massimo li puoi vedere ancora in televisione”. Come molti iraniani a cui ho chiesto l’opinione politica, è critica, se non addirittura ostile, nei confronti del regime. Bahram, un amico iraniano, pilota della compagnia statale Iranair, va oltre: “Il regime è diventato inaccessibile. I conservatori hanno consolidato tutti i posti di potere e non hanno paura di qualche sparuta voce d'opposizione. Non si deve immaginare l'Iran come le ex-dittature militari dell’America Latina. L'autorità degli ayatollah si esprime in modo molto più sottile ed è profondamente integrata nella cultura di una vasta parte della popolazione alla quale basta la libertà economica”. |
| L’Islam non è contro il consumismo ma contro i costumi occidentali. Se la rivoluzione marxista fu una tirannia politica ed economica che lasciò libertà alla sfera privata, la rivoluzione islamica è una tirannia della sfera personale che lascia libertà economica. Soprattutto libertà di consumo. Con tono deciso Bahram aggiunge: “Auspico che i mullah ritornino nelle loro moschee e nelle loro madrase così ché l’Iran possa tornare ad avere relazioni normali con il resto del mondo”. Senza dubbi l'Iran ha un problema di pubbliche relazioni col resto del mondo e i responsabili di questa cattiva stampa, i leader politici e teocratici di Teheran, Qom e Mashhad, hanno altre priorità che ripulire immagine. |
| Siamo seduti in una trendy bar di Teheran, bevendo birra senza alcool. La scena consiste di giovani iraniani e iraniane in abiti firmati che fumano molte sigarette, sorseggiano cocktail analcolici e sono costantemente alle prese con i loro cellulari. Anche Bahram parla al cellulare. Sta organizzando una festa a casa di suo fratello Ali. Poco dopo siamo nell'appartamento di Ali, arredato in modo elegante e situato al diciannovesimo piano di un grattacielo. Il terrazzo offre una splendida vista sulla Teheran notturna, le pizze sono a consegna domiciliare e il frigorifero è pieno di bottiglie di birra vera. “In questa città puoi trovare di tutto” dice Ali, con sorriso malizioso. |
| Nella conversazione gli iraniani sono sorprendentemente aperti. Si parla di amore, musica e politica. Per niente timide, le amiche di Ali e Bahram si rivolgono a me, e non solo per rinfrescare il loro inglese. Ma il flirt finisce qui. La maggior parte delle donne non si toglie l’hejiab durante la serata e per il saluto non ci si da la mano. Del bacio sulla guancia neanche a pensare. Questa rigidità comportamentale ha reso internet e i cellulari mezzi importanti nella comunicazione e nell’incontro tra i sessi. Con questi mezzi si eludono i divieti e si rompono molti tabù che esistono in pubblico. Ci si scambia numeri telefonici, e-mail, sms, fotografie e videoclip, anche osé. Si chatta con mouse rovente e si fissano incontri amorosi in appartamenti e altri luoghi privati. Ma guai ad essere scoperti. Astinenza e castità sono prescritto dalla legge, rapporti prematrimoniali e extramaritali considerati delitti. |
| Questo è il paese che il clero di molte fedi sognerebbe: una società casta, timorosa di dio che prega e digiuna regolarmente. E donne ossequiose. Le donne iraniane si coprono il capo con scialli leggeri e colorati o con chador neri e pesanti, a seconda della convinzione religiosa o formazione culturale. Più una donne è ribelle più scopre i suoi capelli e più corto porta l’obbligatorio spolverino, di solito sopra jeans slavati e scarpe dai tacchi che scoprono piedi e caviglie. Questi gesti ricordano gli anni 50 e 60 quando in occidente si protestò contro una morale e costumi troppo rigidi e le donne scandalizzarono il mondo, indossando gonne cortissime e togliendosi il reggiseno. Anche in Iran le donne ottengono sguardi irritati e insulti con le loro provocazioni. E spesso anche perentori inviti al comando di polizia. Dall’altra parte dello spettro, le tradizionaliste sbucano dalle loro lunghe tuniche nere con facce pallide, senza trucco. Ricordano a monache cristiane o donne ebraiche ortodosse, anche loro costrette di coprirsi capo e piedi. A confronto delle donne sulla vicina Penisola Araba, le iraniane godono di una relativa libertà: possono lasciare la casa o il paese da sole, guidano automobili, praticano sport, si laureano in medicina, diventano note artiste, giornaliste e manager. La poligamia è legale ma biasimata dalla società e costituisce causa legale per il divorzio. |
| Alla festa di Ali incontro anche un musicista di nome Ernesto, “come Che Guevara”, precisa. Da lui apprendo che in Iran si può fare hip hop e rock, a patto che i testi non oltrepassino una invisibile linea di confine. Prima della distribuzione le canzoni devono essere approvate dal Ministero della cultura. I musicisti aggirano questo ostacolo compilando due versioni, una per il mercato interno e una per internet. “Da noi non esistono discoteche, di conseguenza sono più conosciuto su internet che in pubblico”, dice Ernesto e mi fa ascoltare una delle sue canzoni dal cellulare. |
| “Quello che vogliono i mullah non è quello che vuole il popolo”, dice Bahram, “noi iraniani vogliamo divertirci come il resto del mondo”, aggiunge, mentre mi accompagna nel hotel con la sua Peugeot 504 nuova, -made in Iran su catene di montaggio francesi. |
| Di fronte all’ex ambasciata americana, luogo dell’assalto studentesco e della presa degli ostaggi nel 1979, entro in primo contatto con le forze di sicurezza. Dopo aver fotografato i muri ricoperti di graffiti e slogan anti-americani, mi si avvicina un uomo che in un buon inglese chiede che cosa stia facendo. La lettera dell’ufficio di stampa lo impressiona poco. Gentile ma deciso spiega che qui è proibito fotografare. Incomprensibilmente, visto che l’ex-ambasciata è un’attrazione turistica e che le sue mura non possono svelare alcun segreto di Stato. Posso tenere le fotografie già fatte, ma quando scatto ancora un paio di volte, l’uomo reagisce interponendosi tra l’obiettivo e il soggetto: “you must go now, Sir”, insiste. |
| Un paese pieno di contraddizioni: gentile e guerriero. Aperto e isolato. Giovane ma guidato da un’anziana casta di teocratici che impongono leggi medievali. Durante la festa in onore di un martire del 14o secolo non c’è molto da fare e guardo la tv nella stanza d'albergo. Tutti i canali trasmettono interminabili interviste con mullah e ayatollah e lunghissime prediche con fedeli in lacrime. Immagini di moschee, paesaggi, fiori e monumenti con sovrapposto detti del Corano e fuochi d’artificio e documentari sulla Palestina, la guerra in Iraq e la guerra tra Iraq e Iran del 1980-88. La popolazione utilizza la giornata di per lasciare le città. Gli iraniani sono grandi amanti del picnic e ogni macchia di verde viene utilizzata per grigliate un Kebab e per giocare a carte o a calcio con la famiglia. Terminata la giornata di festa e di lutto ci si chiede se si è ancora nello stesso paese. La presenza del clero sui schermi sparisce ed è sostituita da commedie iraniane e film americani. Blockbuster come Spiderman, Bourne Supremacy, La Maschera, The Game, Syriana, La Pantera Rosa sono all’ordine del giorno. Gli spot pubblicitari sono di alto livello tecnico e visivo, come anche le cronache sportive. Similmente come da noi, il matinèe televisivo è dominato da programmi per bambini, corsi di cucina e ginnastica. Con la differenza, che solo gli uomini si esibiscono in esercizi di ginnastica e che le cuoche sono tutte velate. Inoltre la televisione di Stato, controllata dalla guida spirituale suprema Ali Khamenei, trasmette un curioso telefilm dal nome “Svolta grado zero”. In contrasto con il revisionismo storico del presidente Mahmoud Ahmadinejad, questa serie televisiva tratta del olocausto ebreo, raccontando la vita di Hossein Sardari, ambasciatore persiano a Parigi durante la Seconda Guerra. Utilizzando la sua posizione, questo “Schindler iraniano” salvò la vita a centinaia di ebrei, fornendoli di documenti falsi. Hossein Sardari morì nel 1981 e ottenne solo post-mortem, nel 2004, il riconoscimento del Centro Simon Wiesenthal per il suo operato. Dopo la rivoluzione islamica il 75 per cento degli ebrei iraniani lasciò il paese. I 25.000 che restarono formano la più grande minoranza ebraica del medio oriente, fuori d'Israele. Ayatollah Khomeini aveva riabilitato gli ebrei di fronte agli occhi della rivoluzione islamica nel 1979, distinguendo tra ebrei “buoni e timorosi di dio” e sionisti, “cattivi e senza dio”. |
| Per fotografare la vita di ogni giorno di Teheran, affitto un tassì. Il conducente, Ibrahim, si rivela un’inesauribile fonte di sapere che con il suo flusso ininterrotto di informazioni mette in serie difficoltà la mia interprete. Anni fa Ibrahim era un pasdaran, una guardia della rivoluzione iraniana e questo forse spiega alcune delle sue opinioni: “Siamo gente buona e tollerante”, dice, fissandomi nello specchio retrovisivo, “perché in occidente ci considerate tutti estremisti pericolosi e violenti?". “Potrebbe aver a che fare con il vostro appoggio a gruppi come Hezbollah e lo sviluppo della bomba atomica”, rispondo io. “Perché non dovremmo poter sostenere il diritto dei palestinesi a un proprio Stato?”, chiede, e prosegue: “perché Israele può ammazzare i palestinesi con tecnologia, modernissima mentre questi si possono difendere solo con pietre o diventando bombe umane? È forse giusto questo? E quel che concerne l’atomica”, continua, “abbiamo il diritto all'energia nucleare! Comunque non si tratta della bomba. Se volessimo realmente produrre la bomba atomica ci esponemmo a un pericolo molto più grave che se non l’avessimo. Fornirebbe agli Stati Uniti e a Israele un argomento in più per bombardarci. Ma mi chiedo perché Israele è autorizzato ad avere 200 a 300 bombe atomiche, mentre noi non possiamo neanche produrre il combustibile per la produzione di energia nucleare”. |
| Il programma nucleare è diventato progetto di prestigio nazionale persino per l'opposizione studentesca. Tutte le fazioni parlamentari dell'élite iraniana, riformatori come conservatori vorrebbero ridurre la dipendenza dalle proprie fonti del energia fossile, senza però creare una nuova dipendenza energetica da paesi stranieri, soprattutto non da Stati che hanno non hanno intenzioni amichevoli nei confronti dell’Iran. A fine giornata Ibrahim mi invita a cena a casa sua e si imostra essere un padre affettuoso, oltre che un buon marito. Gioca senza sosta con le sue tre bambine e da una mano a sua moglie per apparecchiare la tavola. Durante la cena mi racconta di essere stato tossicodipendente e che in Iran esiste un problema di droga. Lo stato nega ma allo stesso tempo costruisce cliniche specializzate e centri con terapie di disintossicazione. Eroina e crack sono le droghe dei poveri, krystal e cocaina quelle dei ricchi. |
| Il giorno seguente è un venerdì, la domenica islamica. Finalmente incontro gli Ayatollah e i loro sostenitori che si trovano per la Preghiera del venerdì sulla piazza della Rivoluzione. Tutte le vie d’accesso al Viale dei Palestinesi e all’Università sono chiusi al traffico. Dopo tre metal-detector e altrettanti ispezione corporee giungo nel sanctum sanctorum della repubblica islamica: una specie di hangar, pieno di migliaia di fedeli. Nelle prime file è riunita la nomenclatura religiosa e politica del paese, dietro di loro le guardie della rivoluzione e poi il popolo, diviso per sesso. Tutti ascoltano attentamente le parole dell’ayatollah Imano Mohammad Kashani che conduce il sermone del Venerdì. |
Kashani è un ometto minuto con una faccia che si conosce dai manifesti propagandistici. Ricevo una cuffia con traduzione simultanea e faccio in tempo a sentire l’ayatollah che invita i presenti ad essere “sempre gentili e rispettosi con le proprie moglie e con le donne in generale”, poiché “un buon musulmano sceglie il sentiero che porta alla pace con il proprio cuore. È la via dei saggi e la strada verso Allah”. Un buon sermone, ma poi cambia il tono: “Quei paesi arabi che hanno comprato armi dagli imperialisti (recentemente l’Arabia Saudita dagli Stati Uniti) stiano attenti perché anche l'Iran possiede risorse, metodi e modi. Le invasioni delle moschee e gli insulti reciproci non sono che il frutto di complotti per dividere sciiti e sunniti", sottolinea Kashani, secondo il quale l'intensificazione della guerra civile irachena come anche i rifornimenti militari ad alcuni stati arabi sono “una strategia dei nemici dell’Islam, con la meta e incitare i musulmani l’uno contro l'altro. “Il Corano ci ordina di essere pazienti, prudenti e uniti contro imperialisti e sionisti", conclude l'ayatollah. |
| Di fronte all'università incontro alcuni studenti. Come li avvicino, mi parlano. Che cosa pensano di Ahmadinejad?, chiedo. “Quello che pensa la maggior parte della gente“ rispondono, “che è un bravo ragazzo, un idealista, con poca esperienza nell'economia. Ma è proprio l’economia il problema”. E Khomeni? Alzano tutti i pollici, “L’Ayatollah Khomeini era buono. Ma i mullah di adesso sono dei capo mafia”. |
| Nella città del deserto, Yazd, ancora oggi importante centro della cultura e religione zoroastriana, conosco il 32enne imprenditore olandese Sebastian Straaten. È direttore e comproprietario di un albergo di nome Silk Road Hotel. Fumiamo il narghilè, la tradizionale pipa d’acqua e il vento caldo del deserto porta il profumo di gelsomino nel cortile, riempito di fiori e viti. La luna splende al cielo e i muezzin chiamano alla preghiera. Se non gli mancano il vino e le donne, qui, nel deserto iraniano, chiedo a Sebastian. Mi guarda attraverso i suoi occhialini rotondi e dice: “L'Iran è un paese come molti altri. Le persone sono gentili, la burocrazia disumana, le condizioni di lavoro buone”. Con condizioni di lavoro Sebastian intende il profitto. Perché le tasse sono basse, gli investimenti non esose, gli immobili e la manodopera a buon mercato e l’utile relativamente alto, specialmente nell’industria del turismo. “…e chi l’ha detto che si deve rinunciare a tutto?”, aggiunge con un ghigno furbesco. |
| Durante questo viaggio, dalle montagne azere e il Mar Caspio, attraverso l’altopiano centrale fino al Golfo Persico ci si può rendere conto, quanto questo paese costituisce, o potrebbe costituire, un ponte tra occidente e oriente. Più ancora della Turchia che è legata all’Europa da millenaria storia, dall'ellenismo, l’impero romano e bizantino fino al periodo ottomano. La storia della Persia invece fu sempre coniata sia dall’est, sia dall’ovest. Alessandro il Grande, Tamerlano e Genghis Khan ne sono testimoni. L'Iran è posizionato tra Europa, Medio Oriente e Asia. Dalla con la Turchia e l’Armenia si estende fino al Pakistan, quasi toccando il subcontinente indiano. Condivide il Mar Caspio con Russia, l’Azerbaijan, Turkmenistan e Kazachistan e il Golfo Persico con Kuweit, Oman, Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Nel nord-est, toccando l'Asia Centrale, è confinato dall’Afghanistan. Ad ovest è delimitato dall’Iraq e a nordovest confina con la Siria e con il Vicino Oriente. Una posizione centrale, in un mondo che ha i suoi centri di potere ad Est, oltre che ad Ovest. |
| Arrivato a Busheher sul Golfo Persico noto i moltissimi russi che in prossimità della città costruiscono un reattore nucleare da un miliardo di dollari. Ogni volta che la mia mano si avvicina alla macchina fotografica mi si rivolge sguardi sospettosi. Il permesso di fotografare il reattore non lo ottengo ne qui, ne l’ho ottenuto a Teheran. Rimane il tempo da fare una visita a Persepolis e di abbandonarsi per un po’ al flusso di vita persiana che qui pullula da oltre 5000 anni e che probabilmente continuerà a pulsare. Inshallah, se Dio vuole. |
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