Testo / In una prigione Russa

di Hannes Schick
Visitando le prigioni russe di oggi viene ancora in mente la Siberia dei Gulag, dove in un'infinità di campi di lavoro forzato, circondati da torri di guardia e filo spinato, venivano sterminati, senza distinzione, criminali e oppositori.
La Tupolev dell'Aeroflot si ferma dopo un ruvido atteraggio sulla pista ghiacciata di Irkutzk, nell'estremo sud-est siberiano. Una jeep UAZ della Polizia locale mi porta nella sede del Dipartimento Carceri e Riabilitazione della Rebbublica Federale Russa del Buriat. Lì devo spiegare il perché della mia richiesta di voler fotografare una prigione russa. La prima cosa che sia nota, è la lontananza di Mosca e che la macchina burocratica è rimasta la stessa dei tempi di Brezniev se non addirittura di Stalin, lenta e opprimente.
A Mosca avevano detto che l'accesso alle prigioni oramai è di competenza locale. Mentre qui spiegano che solo il Ministero degli Interni a Mosca può rilasciare un permesso di questo genere. Dopo aver fatto il giro degli uffici competenti sono di nuovo al punto di partenza.
"Comunque le posso assicurare che non esistono più campi di lavoro forzato", assicura l’ufficiale della polizia che si occupa della mia richiesta, "sono stati trasformati in prigioni simili a quelle degli altri paesi civilizzati". Poi arriva da Mosca il fax con l'autorizzazione.
Durante il regime sovietico la città di Chita era off limits, vietata la visita allo straniero perché situata in una zona militare. Era così segregata da non apparire nemmeno nelle mappe geografiche di quel periodo. Poi un’ufficiale della polizia carceraria mi porta nella prigione No.7, con l'ordine di mostrarmi tutto quello che voglio vedere. Jurij Galenkin, così si chiama l’agente, è un'uomo con la faccia stanca. "Si lavora troppo in questi tempi, dice, e i mezzi a nostra disposizione sono inadeguati. Nessuno ha più rispetto per la legge e le nostre condizioni di lavoro sono pessime. Mentre la criminalità organizzata aumenta l'assenza dello Stato e quasi totale". Poi aggiunge: "La mafia non esiste solo a Mosca o a San Pietroburgo. Ormai c'è in ogni cittadina russa e noi non abbiamo i mezzi per combatterla. I nostri veicoli non sono abbastanza veloci da poter inseguire le loro macchine estere e spesso ci mancano i mezzi per recarci ai luoghi dei crimini. Poi, se portiamo dentro un criminale, qualcuno in alto firma la scarcerazione e noi cominciamo da zero, rischiando la vita per pochi rubli."
Quando arriviamo alla prigione, un massiccio complesso di mattoni costruito durante i tempi dello Zar Pietro il Grande, l'ufficiale ordina alle guardie di farmi accedere nella prigione. Mi saluta e si scusa di non potermi accompagnare. Neanche gli agenti addeti alla prigione mi accompagnano e così passo, da solo, da un settore all’altro. Attraversando una sala piena di guardiani barricati dietro vetri antiproiettile, proseguo, sempre senza accompagnamento, lungo un corridoio con celle dotate di porte pesanti. Il corridoio porta in un'enorme sala, intorno alla quale si affacciano altre celle. L'odore è intenso: urina, sangue e sudore. La scena che si presenta smebra quella di un film d'orrore: al centro della stanza, su una sedia fissata al pavimento è leagto un prigioniero; la sua faccia una maschera di sangue, lo squardo allucinato.
Quando alzo la macchina fotografica e commincio a scattare le guardie lo liberano e lo trascinano verso una delle celle. Dietro di me sento i passi pesanti di uno delle guardia. Poi una mano sulla spalla. "Dammi la macchina", Spiego che nessuno m'aveva detto di aspettare la fine dell’"interogazione" e faccio vedere il mio permesso. La macchina fotografica mi viene restituita, anche perché l'agente non sapeva come accedere al chip di memoria. "Questo è un semplice criminale, un hooligan", si giustifica, "e l'unico linguaggio che comprende e questo." La guardia ha la faccia rotonda di un contadino e dice di lavorare inquesta prigione da otto anni. "I detenuti irrequieti devono sostare su quelle sedie per circa un'ora, spiega, poi li riportiamo in cella".
In un angolo sono sistemati bidoni d'aqcua che servono per l'imersione forzata dei detenuti. E' lo stesso sistema di tortura utilizzato dagli americani durante gli interogatori dei combattenti talebani o dei membri di Al Qaeda. Sergei Tuschenko, cosi si chiama la guardia, spiega che il prigioniero viene spogliato ed immerso con la testa nel pidone. "Per quanto tempo?", chiedo. "Finche comincia a ragionare". E` la risposta. Il corpo di uno dei "hooligans" è coperto di lividi e ha una ferita in testa. M’avvicino ad uno dei detenuti che fa cenno di voler parlare: "Sono accusato di crimini contro lo stato, contrabando, corruzione”, inizia. “Prima mi hanno portato in una cella con altri 40 prigionieri. Dovevamo fare a turni per dormire visto che c'erano solo 15 posti letto. Quaranta centimetri di spazio a testa. Mancavano anche le medicine più elementari come l'aspirina e i disinfettanti contro scabbia e pulci. Molti dei detenuti sono informatori che s’inventano di tutto per conquistarsi dei privilegi”.
Nella Russia di oggi tutto sembra sbricciolarsi, le forze militari, le fabbriche, le istituzioni. Un paese che a stento paga i suoi impiegati, ai detenuti pensa per ultimo. Se un prigioniero vuole mangiare decentemente deve pagare. Altrimenti si deve accontentare del menù di base: zuppa di patate, cavoli e pane. Molti prigionieri della sovrapopolata prigione No. 7 di Chita sono qui per crimini come “Danneggiamento dell'economia della Russia” in altre parole per contrabbando. Secondo gli attivisti dei diritti umani, le cause della sovrapopolazione carceraria che affligge i carceri dell'intera Federazione Russa, vanno ricercate nella totale inefficicacia del sistema giuridico di fronte all'ondata di criminalità nata dalla liberalizzazione dell'economia. Secondo un rapporto dell'Onu, i 160 centri di detenzione visitati dall'Organizzazione ci sarebbero 230.000 persone contro una capacità di 150.000. Molti attendono il giudizio anche per più di cinque anni. "Ci accusano di corruzione ma tutto il sistema è corrotto", si sfoga uno dei detenuti. "Se richiudono un capomafia o un alto funzionario corrotto, esce dopo pochi giorni. Basta pagare. Con noi invece vogliono dimostrare l'efficienza dello Stato.
Un altro aggiunge: "In Russia è facile finire in prigione. Basta che qualcuno ti accusi di corruzione o di evasione fiscale". Da una delle tante celle si estende una mano. In un altra si sentono urla ed insulti. In alcune delle celle i detenuti sono nudi e gli agenti spiegano che sono senza indumenti perché se la farebbero adosso.
La critica più pesante viene da una delle guardie: “In Russia nessun politico è interessato ad aiutare la polizia nella lotta contro le nuove forme di criminalità. Nessuno ci spiega come comportarci in casi come quello dell'uomo che hai fotografato prima". Poi continua: "Era finito qui perchè aveva aggredito un poliziotto di noi e non sappiamo cosa farne di lui. Ora stà lentamente impazzendo. Diventa sempre più aggressivo e nessuno sa quando uscirà".
Poi gli agenti vogliono avere informazioni sulla polizia Italiana. Che tipo di armi e tecnologia usa. Vogliono sapere se la situazione è veramente cosi come descritta nello sceneggiato "La Piovra", che tutti hanno visti. Alla fine commentano: "Tutto il mondo è paese e anche qui da noi non cambierà mai niente. Solo che adesso i capi politici e gli amministratori delle fabbrica sono anche i boss mafiosi". "L'unico fatto positivo", nota uno, "è che ci sono meno aloolizzati di una volta. Costa troppo la vodka."